Comunicazione, democrazia e nuove tecnologie
LA CATTIVA POLITICA RESISTE ANCHE ALLE NUOVE TECNOLOGIE
Paolo Giammarroni
Dove sono finite le speranze nella e-democracy? In dieci anni ben poco rimane non solo degli aspetti pionieristici e “salvifici” della questione, ma anche di un quadro chiaro di riferimento.
Di certo le classi politiche hanno pensato in primis a regolamentare ciò che era nato come spontaneo, se non selvaggio. Ecco le leggi a tutela del copyright, le pastette informatiche tra motori di ricerca e regimi totalitari come in Cina, la presa di distanze dall’opportunità di democrazia partecipativa “digitale”.
Il sistema tradizionale di rappresentanza riduce le nuove tecnologie a meri adeguamenti dei precedenti mezzi di comunicazione. Solo ristretti circoli usano, discutono, allargano la visione della forma politica in una società pervasa dalle tecnologie.
Con effetti sorprendenti. Colpisce così in Italia il prestigio raggiunto dal blog radicale di Beppe Grillo, accanto invece all’avvento della commercializzazione spinta del Web, come nuovo settore di promozione, pubblicità, industrializzazione della comunicazione.
Gli esempi di partecipazione feconda non mancherebbero, eppure nulla ne favorisce l’adesione e lo sviluppo. Deliberare on-line, o orientare in modo personalizzato (sms), anche solo informarsi correttamente, appaiono tutti gesti futuri, aldilà di quanto è già tecnicamente possibile.
D’altra parte, in questi anni – come sottolinea Pitteri, docente alla Luiss – si è giustamente lavorato a ridimensionare il facile mito della e-democracy, in alternativa alle forme consuete desuete, o meglio si è preferito cavalcare i limiti di singole mosse tecnologiche (forum aperti, sondaggi volanti ecc.) anziché approfondire l’impatto potenziale dei nuovi mezzi.
Il tema di fondo dovrebbe diventare dunque quale partecipazione, non la legittimazione in sé del motore di ricerc,a o dell’enciclopedia scritta a più mani da non esperti. Basta pensare agli spazi per migliorare intanto i processi civili e amministrativi: passi avanti sono stati fatti, sul piano della trasparenza e dell’efficienza, ma siamo miglia lontani da un nuovo “protocollo” o impegno verso i cittadini, che tagli per sempre con file e informazioni col contagocce.
Pitteri, da sociologo, entra anche nel merito del “profilo” (per usare un termine usuale nel Web) del fruitore e animatore della e-democracy. Putroppo per ora partecipa di più chi già partecipava, con livello di studi alto e visione ampia delle cose. Pochi fanno molto. Chi ne avrebbe più bisogno, in mancanza di politiche di sostegno, si ritrova analfabeta due volte: e dunque ancor più ricattabile da chi gli offre la sicurezza di un alveo passivo di partecipazione.
Diventa alla fine sempre pesante l’intreccio tra motivazioni personali al non-uso (dunque a proseguire nell’emarginazione, magari per restare fedeli ad un mezzo, come la tv) e indifferenza istituzionale verso i nuovi scenari (dunque a favorirne un uso equilibrato e progettuale).
Il testo propone un’attenta lettura proprio degli ostacoli esistenti e delle possibili vie di fuga. Tattiche relazionali e controllo della complessità. Crisi del partitismo e ritorno alla “gente”. Spazi nella governance e regole della nuova partecipazione (informare, dialogare, consultare), con un ampio atlante di esperienze e riferimenti.
Daniele Pitteri
Democrazia elettronica
Laterza, 2008, pp.170, euro 18,00

